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L’eunomia nell’antichità L’eunomia - scrive Solone - rende tutto ordinato e perfetto, mette in ceppi gli ingiusti, smussa le asperità, pone fine all’eccesso (koros), abbatte la tracotanza (hybris), secca i fiori rigogliosi della rovina (ate), raddrizza i giudizi storti, mitiga la superbia e fa cessare la discordia (Sol., fr. 4). “La dysnomia invece (il suo opposto) porta infiniti mali alla città”. Eunomia, dunque, è concetto che - come è tipico della cultura greca - trascende l’ambito puramente giuridico e politico per rientrare nella sfera dell’etica. Oltre al buon ordine derivante da una buona legislazione, è organizzazione capace di impedire che nella città si sviluppino tensioni. Ed è concetto fondamentale non solo per gli Ateniesi, ma per tutti i Greci. Prima della legislazione di Licurgo, racconta Erodoto, gli Spartani erano, fra i Greci, quelli retti dalle leggi peggiori (kakonomotatoi, Her., VII.204). Tucidide ricorda: Sparta era afflitta da una perdurante stasis (I. 18.1). La causa? Una situazione di kakonomia. Solo una legislazione illuminata poteva ricondurre in città ordine, armonia e felicità. E infatti, scrive Senofonte, quando Licurgo emanò le sue leggi, gli Spartiati, rispettandole, portarono eunomia nella città (Resp. Lac., I. 2). Eunomia, insomma, è il buon regime che deriva dall’azione di un legislatore di cui tutti riconoscono la superiorità, una sorta di arbitro che interviene a sanare una situazione di conflitto, introducendo buone leggi e buone “diete” (stili di vita). Ma Aristotele sapeva che l’eunomia di Solone o di Licurgo non poteva fondarsi sull’immutabilità delle leggi e dei costumi. Essa richiedeva una continua ricerca di equilibrio (Pol. 1295 a ss.). Non senza polemica con il suo grande maestro, egli scriveva: “tutti debbono ricercare non ciò che è antico, ma ciò che è buono” (Pol. 1269a).
Eva Cantarella Ordinario di Diritto greco e romano presso l’Università di Milano. È opinionista del “Corriere della Sera” e Direttore della “Rivista di storia e diritto greco ed ellenistico”.
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